Autore: Francesca Barezzi

  • Parma di tutti. Le radici del futuro

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    Inaugurerà lunedì 4 ottobre, a Parma, e sarà visitabile fino al 3 dicembre, la mostra “Parma di tutti. Le radici del futuro”. Si tratta di una grande esposizione, ospitata nello Spazio ‘51 di Palazzo Giordani (Stradone Martiri della Libertà 15) che documenta la storia dell’integrazione scolastica, lavorativa e sociale a Parma delle persone con disabilità, raccogliendo e organizzando locandine, documenti, fotografie e filmati, a partire dagli anni Sessanta arrivando fino alle proposte per il futuro.

    Voluto dal Cepdi (Centro Provinciale di Documentazione per l’Integrazione Scolastica, Lavorativa e Sociale), è un viaggio tra i documenti che raccontano una storia d’eccellenza per Parma e provincia, che ha visto, dalla seconda metà del secolo scorso, una stagione di mutamenti e di crescita politica e sociale, che ha portato alla chiusura degli istituti e delle realtà segreganti in genere, per aprirsi all’accoglienza e all’integrazione delle persone disabili, tra lavoro, scuola, società, sport e tempo libero.

    La mostra, realizzata con il contributo di Fondazione Cariparma e la collaborazione del Comune di Parma, patrocinata dalla Provincia di Parma, rientra nelle manifestazioni ufficiali di Parma Capitale Italiana della Cultura 2020+21. È l’esito di un lavoro di ricerca durato circa due anni, che ha avuto come partner tante realtà impegnate sul territorio: Università di Parma, Agenzia per il lavoro Emilia-Romagna – Ufficio collocamento mirato di Parma, Anmic (Associazione Nazionale Mutilati e Invalidi Civili), Css (Consorzio di Solidarietà Sociale), Gioco Polisportiva, Uici (Unione Italiana Ciechi e Ipovedenti), Aid (Associazione Italiana Dislessia), Fa.Ce (Famiglie Cerebrolesi), Ens (Ente Nazionale Sordi), Uisp (Unione Italiana Sport Per Tutti), Associazione Voglia di leggere “Ines Martorano”.

    Sezione dedicata alla mostra Parma di tutti

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  • Nuove modalità di accesso alla biblioteca

    Nuove modalità di accesso alla biblioteca

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    Sono cambiate le  modalità di accesso alla nostra biblioteca.

    Il 6 agosto è entrato in vigore il Decreto Legge 105 del 23/07/2021 che subordina l’accesso alle biblioteche, per chi ha compiuto i 12 anni, al possesso di certificazioni verdi Covid-19 (Green Pass).
    Gli utenti dai 12 anni in su dovranno esibire il Green Pass su un dispositivo elettronico o in formato cartaceo all’accesso della biblioteca.
    L’interessato dovrà esibire un proprio documento di identità in corso di validità ai fini della verifica di corrispondenza dei dati anagrafici presenti nel documento con quelli visualizzati dall’App. In caso di certificazione valida, gli utenti potranno accedere liberamente rispettando le disposizioni attualmente in vigore: uso della mascherina, sanificazione delle mani e distanziamento.

    Per gli utenti sprovvisti di Green Pass valido resta a disposizione la nostra postazione self service all’ingresso.

    La prenotazione dei testi può essere effettuata via telefono 📞, mail 📧, oppure attraverso il catalogo OPAC online

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  • Orario estivo

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    Nei mesi di luglio e agosto il CePDI sarà aperto solo al mattino, dal lunedì al venerdì, dalle 9 alle 13

    Riprenderemo con l’orario regolare da lunedì 6 settembre.

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  • Evoluzione teorica del concetto di integrazione

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    Attirati penosamente dalla situazione di prigionia sofferente degli emarginati (disabili fisici e psichici, disturbati nel comportamento e nell’apprendimento, colpevoli non perdonati e quindi recidivi, ecc.), nonché delle persone che provvedevano ai loro bisogni in modo così carente nelle strutture pubbliche e negli istituti, e così faticoso nelle famiglie, abbiamo incominciato più di trent’anni fa a proporci di inserirli in mezzo a tutti, facendoli uscire dall’isolamento che aggravava la loro situazione e la loro sofferenza, in modo appunto che potessero integrarsi con tutti.

    Ci comportavamo come se pensassimo sia che solo queste persone avessero il problema dell’integrazione, sia che noi “normali” fossimo già ben integrati, nonostante le indicazioni contrarie della nostra realtà circostante a ogni livello, familiare, istituzionale, associativo, politico, sociale.

    Gli amministratori di certi enti locali e una parte del personale della scuola elementare si sono mossi per primi, nonostante le molte difficoltà prodotte dal permanere di una consuetudine di selezione e di emarginazione.

    I limiti così marcati dell’impostazione iniziale dei primi interventi sono apparsi ben presto a una riflessione appena più approfondita, che conduceva sempre a definire via via sempre meglio il concetto stesso di integrazione.

    Attraverso revisioni critiche continue delle contrapposizioni uguali-diversi, normali-anormali, abili-disabili, minorati-in situazione di handicap; dopo aver chiarito che l’handicap e la minorazione non sono la stessa cosa e che quindi tutti possono trovarsi in una situazione di handicap anche senza essere disabili; attraverso i contributi decisivi sia della psicologia nell’approfondimento del concetto di intelligenza messo da sempre alla base per giustificare la selezione, sia della medicina con l’apertura di nuove possibilità di recupero e di guarigione, si sono gradualmente chiariti i termini della nostra ricerca.

    Così si è visto subito che inserire non equivale a integrare: infatti deve essere presente in una struttura non equivale a essere integrato, cioè non produce automaticamente la possibilità reale e reciproca che tutti siano positivamente in relazione fra loro.

    Ancora oggi, dopo tanti anni di ricerca e di tentativi, di riflessioni e di esperienze, di nuove norme legislative e conseguenti circolari applicative, non tutti hanno compreso questa distinzione.

    Anzi persino in convegni ufficiali, nei quali si attua un dialogo a livello internazionale, usando la più diffusa lingua inglese, l’adozione del termine “inclusion”, tanto più sincretico e approssimato della nostra parola “integrazione”, sembra scavalcare con leggerezza, come se non fosse importante, questa essenziale distinzione.

    La ricerca per definire in modo valido e sicuro cosa sia l’integrazione, è incominciata, come s’è detto, fin dai primi tempi, per tentare di superare le contraddizioni che si incontravano, ed è pervenuta ora a una definizione concettuale molto più profonda e impegnativa, coinvolgente tutti, disabili e non disabili, e soprattutto caratterizzata da una sottolineatura dinamica, che ne ha stroncato la staticità razionale.

    L’integrazione infatti si costruisce gradualmente, al punto che dobbiamo riconoscere di essere integrati, nella misura possibile in ogni momento, se e quando ci si muove verso l’integrazione, e quindi che ci si è “arrivati” tanto in quanto ci si avvicina continuamente ad essa.

    Dopo queste precisazioni possiamo dire che SONO INTEGRATI, CIOE’ SONO SULLA VIA DELL’INTEGRAZIONE, PERSONE, ISTITUZIONI, POPOLI, QUANDO ESSI CRESCONO ASSIEME, AIUTANDOSI RECIPROCAMENTE IN QUESTA CRESCITA. 

    Il termine crescita è però generico e vago, e rischia di rendere banale la definizione data, se non si precisano le sue forme, i suoi modi e i suoi tempi.

    Diciamo allora che si cresce assieme e ci si aiuta a crescere quando:

    • Si lavora assieme alla realizzazione di un progetto condiviso;
    • Si superano assieme le difficoltà delle relazioni e delle comunicazioni;
    • Si comprendono in modo razionale e reciproco le diversità;
    • Ci si sostiene reciprocamente nel bisogno e nella sofferenza;
    • Ci si perdona reciprocamente;
    • Si cerca assieme il positivo e il meglio in ogni situazione, scoprendone la valenza unitaria;
    • Ci si diverte assieme;
    • Si sta bene assieme, conoscendosi reciprocamente con piacere.

    Allora appare chiaro che essere integrati significa essere ben lontani dal solo inserimento, dalla sola inclusione, i quali anzi, vissuti senza superarli, aggravano i problemi generando faticose vicinanze e confronti dolorosi e drammatici.

    Solo l’integrazione, quando è la meta da raggiungere, riesce a far convivere tutti secondo la dignità propria dell’uomo e le finalità indicate dal suo destino ultimo.

    Giancarlo Cottoni

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  • Giancarlo Cottoni. Un ricordo

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    Sono Franca Laviosa, ho insegnato per molti anni nella scuola Pilo Albertelli di Parma.

    Erano gli anni fecondi in cui la società tutta, nonostante le resistenze dei conservatori ad oltranza, stava cambiando passo. I lavoratori conquistavano l’articolo 18, le 150 ore, Don Milani era compagno ineludibile insieme a Mario Lodi, Rodari e tanti altri come il MCE di Torino. Si faceva largo l’esigenza di misurare la scuola per renderla veramente una risposta seria all’art.3 della costituzione.

    Ebbene, quando nel 1977 si mise mano all’integrazione scolastica, una fertile stagione di cambiamenti sembrava aprirsi in modo inarrestabile e irreversibile.

    Ed eccomi al Direttore Cottoni. Funzionario al Provveditorato, organizzò tre corsi che mi aiutarono a scoprire in me stessa capacità nuove e impreviste.

    Alla Camera di Commercio ci fu un importante corso di musicoterapia tenuto da un insegnante giovane e allegro danese che ci illustrò come i bambini sordi potessero fare psicomotricità e altro ascoltando brani musicali ritmati e strumentalmente adeguati ai loro bisogni. (ho ancora le sue meravigliose cassette).

    Il secondo corso fu tenuto in una scuola forse la Micheli ma quello che importa è che fu tenuto da un celebre psicomotricista e pedagogista francese che illustrò un modo diverso di fare scuola e di come organizzare le aule. Nessuna rigidità, nessuna anarchia, ma una ricerca intelligente e creativa del come fare (ci organizzava in gruppi di lavoro e poi i risultati venivano confrontati non per metterci alla berlina ma per scambiare idee).

    Il momento che mi cambiò fu quando ci fece inventare, dividendoci sempre a gruppi, coreografie ascoltando le danze ungheresi. Mi trovai a prendere per mano le compagne di lavoro e con sguardi e sorrisi fummo capaci di danzare sotto lo sguardo compiaciuto di tutte. Poi nella pratica didattica feci tante recite con quel metodo.

    Infine l’ultimo momento: venne Cottoni alla Pilo Albertelli dove illustrò con una stupenda tabella  tutte le opportunità di  una nuova organizzazione scolastica ,nuovi contenuti, il rispetto delle diversità, l’atteggiamento inclusivo che insieme avrebbero rigenerato l’educazione e l’insegnamento alle elementari.

    Ci condusse nei saperi che già l’università di Bologna stava sperimentando nelle scuole per la realizzazione di una autentica integrazione non di facciata.

    Ma questa è un’altra storia.

    Devo al Direttore un ricordo fatto di stima e riconoscenza.

     

    Franca Laviosa

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  • Giancarlo Cottoni, in memoria

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    Conobbi Giancarlo Cottoni nei primi anni Ottanta, probabilmente in occasione di uno dei vari Corsi di aggiornamento che egli, periodicamente, conduceva per sensibilizzare − ed “attrezzare” − il personale della scuola alla sfida sempre crescente posta dalla integrazione degli alunni con disabilità. Difatti, quale coordinatore del Gruppo di Lavoro per l’Integrazione scolastica costituito in seno all’Ufficio Scolastico Provinciale, egli era il motore delle iniziative che da lì traevano origine, che miravano a fornire al personale – specialmente ai docenti, ma non solo – orientamenti nell’ambito pedagogico e didattico. Va ricordato che legge n. 118/1971, la prima a sancire che «l’istruzione dell’obbligo deve avvenire nelle classi normali della scuola pubblica» e soprattutto la Legge 104/1992, avanzatissima al momento della sua apparizione, avevano “sparigliato le carte” nella cartella degli insegnanti, dato che da quel momento diventava necessario realizzare una medesima scuola per tutti, ma in modo tale da non proporre a tutti né gli stessi percorsi, né gli stessi strumenti, né le medesime mete. Un “terremoto culturale” non da poco…

    Approssimandosi il momento in cui avrebbe dovuto lasciare il servizio attivo per raggiunti  limiti di età, Giancarlo Cottoni pensò di non disperdere l’enorme esperienza accumulata, ma anzi di porla al servizio della collettività, creando fuori dal perimetro “pubblico” una struttura espressamente disegnata per affiancare quanti – nelle scuole, nelle famiglie, nel sociale, nelle istituzioni – si trovavano a gestire rapporti umani di particolare complessità. Quella struttura, ideale continuazione e sviluppo del CEPIS deputato solo alla integrazione nella scuola, avrebbe dovuto ampliare il proprio raggio d’azione anche all’integrazione lavorativa e sociale, con il sostegno lungimirante e convinto dell’ANMIC di Parma e del Comune di Parma. Fu così che in Via Stirone iniziò a prendere forma e consistenza ciò che, più tardi, avrebbe assunto il nome di CePDI: Centro Provinciale per la Documentazione sull’Integrazione. In quel momento germinale Giancarlo Cottoni mi chiese di collaborare all’impresa, della quale solo lui possedeva in modo chiaro le coordinate. Seppure con qualche iniziale riluttanza, accettai, consapevole della sua indiscutibile professionalità. Da parte mia, potevo portare “in dote” solo un ampio orizzonte culturale e un buon grado di flessibilità operativa.

    Ascoltatore e valorizzatore dei collaboratori

    Cominciarono così ad affluire negli armadi del CePDI i primi “lotti” di testi, consultabili da quanti avevano bisogno di approfondire la problematica dal punto di vista didattico, pedagogico, psicologico, medico, sociale e normativo. Una biblioteca assolutamente specializzata, una “mosca bianca” si potrebbe dire. In quel primo periodo mi venne affidato il compito di selezionare i titoli da acquistare, che poi sottoponevo all’attenzione di Giancarlo. Egli  esaminava accuratamente l’elenco: talvolta c’era uno scambio di pareri su questo o quell’Autore, poi dava il  via libera all’acquisto. Raggiunto il numero di diverse centinaia di volumi, la gestione della biblioteca (inventario, catalogazione, servizio prestiti) già iniziava a farsi difficile. Proposi perciò a Giancarlo di dotarci di un elaboratore elettronico. Eravamo solo all’alba dell’era digitale: il sistema operativo standard era il DOS 3.x, i dati venivano salvati/caricati tramite floppy disc, le competenze informatiche erano tutt’altro che diffuse. Pronto ad accogliere ogni utile suggerimento, Cottoni provvide all’acquisto presso il concessionario locale di un noto marchio italiano. Nell’uso pratico la macchina rivelò presto i propri limiti: all’epoca i produttori, infatti, creavano soprattutto attrezzature destinate alla grande industria o ai grandi Enti erogatori di servizi, in cui occorreva un poderoso “server” centrale, cui affluivano i dati inviati da postazioni periferiche, deputate essenzialmente all’input di dati. Periferiche “povere” perciò di RAM e di storage, proprio come il nostro recente acquisto. Segnalai la difficoltà a Giancarlo: subito mi chiese di approfondire il problema, e di trovare possibilmente una soluzione. Appurai così che stavano affacciandosi sul mercato quelli che oggi chiamiamo “personal computer”, frutto di una architettura micro-computerizzata, che permetteva di progettare e realizzare dispositivi più economici, meno ingombranti e dalle prestazioni superiori. Riferii tutto ciò a Cottoni, il quale senza esitazione, ottenuta l’autorizzazione del Consiglio di amministrazione, mi incaricò di identificare ed ordinare un PC con quelle caratteristiche. Fu così che – quale frutto di una collaborazione “alla pari”, pur nella indiscussa distinzione dei ruoli − compimmo i primi passi per l’efficace gestione della Biblioteca del CePDI, che di lì a pochi anni avrebbe raccolto diverse migliaia di volumi, attivando altresì una convenzione con l’Università di Parma.

    In un momento successivo Giancarlo ritenne fosse giunto il momento, per il CePDI, di realizzare dei Corsi di Aggiornamento rivolti al personale della scuola, e mi chiese di farmi carico della loro organizzazione. Nonostante fossi sprovvisto di esperienza “attiva” in quel settore, con il suo incoraggiamento cominciai a delineare dei progetti. Evidentemente Cottoni riponeva fiducia in me, poiché − anno dopo anno − mi lasciò carta bianca nella individuazione delle tematiche e dei Relatori. Naturalmente mi confrontavo con lui, man mano che le “caselle del quadro” si andavano riempiendo, potendo sempre contare su qualche suo utile suggerimento. I Corsi ebbero un buon successo, tanto che il CePDI poté chiedere ed ottenere nel 2004 l’accreditamento del MIUR, pervenuto dopo la doverosa e rigorosa ispezione di funzionari del Ministero dell’Istruzione.

    In questa, come in tante altre occasioni, si manifestarono in Giancarlo le caratteristiche del vero dirigente: capacità di ascolto e di valorizzazione dei collaboratori, conduzione dell’ufficio quale primus inter pares, scevro da deleteri atteggiamenti autoreferenziali spesso presenti in molti “capi”. Ciò non vuol dire che Cottoni avesse uno stile di direzione “rilassato”: come era esigente con se stesso, altrettanto lo era con i collaboratori. E laddove si rendeva necessario, arrivava pronto e chiaro il suo invito a una correzione di rotta.

    Fine tessitore “politico”

    Un aspetto di Giancarlo Cottoni che mi era inizialmente ignoto, e che scoprii in quegli anni, fu la sua straordinaria capacità di tessere rapporti non solo con le persone, ma anche con Enti e Istituzioni. Quella incredibile architettura istituzionale che sostiene il CePDI è infatti il frutto di una sua utopia fattasi concreta. Il coinvolgimento della Amministrazione Provinciale di Parma, della Azienda USL di Parma, dell’Università, le Comunità Montane, la Diocesi di Parma, la Fondazione Cariparma, la Fondazione Banca Monte Parma e molti  Comuni di Parma e provincia (e tanti altri soggetti che ora mi sfuggono, con i quali mi scuso) fu un’opera titanica, da accreditare in larga misura a Giancarlo Cottoni e Alberto Mutti, Presidente dell’ANMIC parmense. Dietro richiesta di Giancarlo lo accompagnai, alcune volte, ai colloqui calendarizzati con un Assessore o un Sindaco. Non che io avessi un qualche ruolo in tali incontri: bastava – eccome! – la sua capacità di argomentare, di esporre le necessità della parte più fragile della popolazione e di proporre soluzioni operative. Pressoché regolarmente, Cottoni usciva dall’incontro con l’assicurazione che il rappresentante dell’Ente interpellato avrebbe supportato – prima in Giunta, poi in Consiglio − la proposta di aderire alla costituenda Associazione. Fu ugualmente decisiva la sua capacità di fare dialogare Giunta e uffici del Comune di Parma per l’ottenimento della sede di Via Stirone e per la formulazione dello Statuto e dell’Atto Costitutivo; e l’indicazione dell’Assessore Danilo Amadei come Presidente del CePDI, col quale aveva collaborato in tutta la fase di promozione dell’Associazione. Per questo mi pare corretto affermare che egli aveva una indiscutibile capacità “politica”, nel senso migliore e più ampio del termine.

    La dimensione internazionale

    Un episodio che vale la pena di raccontare, e che forse non è adeguatamente noto, verte sulla capacità di Giancarlo di “attirare l’attenzione” come soggetto formatore nel campo della pedagogia speciale anche fuori dai confini nazionali. Nella sede del CePDI giunse, nel 1997, una studentessa statunitense. Già laureata, stava svolgendo in Italia le sue ricerche per conseguire il dottorato (il famoso Ph.D.). Era stata indirizzata proprio a Parma dalla sua Tutor negli USA, per approfondire l’evoluzione della normativa italiana in tema di handicap, e prendere conoscenza diretta delle cosiddette “buone prassi”. Conoscendo a sufficienza l’inglese, potei scambiare qualche discorso con lei. Ebbi anche modo di consultare la bozza della sua dissertazione, di ottima fattura; nella pagina iniziale era riportato il nome del co-Tutor italiano. Era, naturalmente, Giancarlo Cottoni. Il contributo di Giancarlo alla tesi statunitense fu certamente apprezzato, perché circa un anno dopo, da quello stesso Ateneo – la Syracuse University di New York – giunse a Parma la docente, la Dr. Carol Berrigan, che accompagnava un gruppo di dottorandi. Giancarlo tenne per loro una lectio magistralis sullo stato dell’arte della pedagogia speciale in Italia, rispondendo poi alle loro numerose ed “affilate” domande. Dal fitto interloquire tra gli studenti USA, al termine del contributo di Cottoni, si poteva facilmente dedurre quanto la sua esposizione fosse stata per loro profittevole, poiché ricca di indicazioni e di stimoli per ulteriori approfondimenti.

    Pierluigi Arduini

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